Salvatore's profileLa Porta della CantinaPhotosBlogListsMore Tools Help

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    October 31

    Improvvisamente lo ricordo

    Il violinista pazzo
     Non fluì dalla strada del nord
    né dalla via del sud
    la sua musica selvaggia per la prima volta
    nel villaggio quel giorno.
     
    Egli apparve all'improvviso nel sentiero,
    tutti uscirono ad ascoltarlo,
    all'improvviso se ne andò, e invano
    sperarono di rivederlo.
     
    La sua strana musica infuse
    in ogni cuore un desiderio di libertà.
    Non era una melodia,
    e neppure una non melodia.
     
    In un luogo molto lontano,
    in un luogo assai remoto,
    costretti a vivere, essi
    sentirono una risposta a questo uomo.
     
    Risposta a quel desiderio
    che ognuno ha nel proprio seno,
    il senso perduto che appartiene
    alla ricerca dimenticata.
     
    La sposa felice capì
    di essere malmaritata,
    l'appassionato e contento amante
    si stancò di amare ancora,
     
    la fanciulla e il ragazzo furono felici
    d'aver solo sognato,
    i cuori solitari che erano tristi
    si sentirono meno soli in qualche luogo.
     
    In ogni anima sbocciava il fiore
    che al tatto lascia polvere senza terra,
    la prima ora dell'anima gemella,
    quella parte che ci completa,
     
    l'ombra che viene a benedire
    dalle inespresse profondità lambite
    la luminosa inquietudine
    migliore del riposo.
     
    Così come venne andò via.
    Lo sentirono come un mezzo-essere.
    Poi, dolcemente, si confuse
    con il silenzio e il ricordo.
     
    Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,
    morì la loro estatica speranza,
    e poco dopo dimenticarono
    che era passato.
     
    Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
    poiché la vita non è voluta,
    ritorna nell'ora dei sogni,
    col senso della sua freddezza,
     
    improvvisamente ciascuno ricorda -
    risplendente come la luna nuova
    dove il sogno-vita diventa cenere -
    la melodia del violinista pazzo.
     (Fernando Pessoa)

    Per un'amica

    Lettera ai miei figli sulle Fucilazioni di Goya
     Non so, figli miei, che mondo sarà il vostro.
    È possibile, tutto è possibile, che sia
    quello che desidero per voi. Un mondo semplice,
    dove ogni cosa abbia solo la difficoltà che risulta
    dal non avere nulla che non sia semplice e naturale.
    Un mondo in cui tutto sia permesso,
    secondo il vostro gusto, il vostro desiderio, il vostro piacere,
    il vostro rispetto per gli altri, il rispetto degli altri per voi.
    Ed è possibile che non sia questo, non sia nemmeno questo
    quello che vi serva per vivere. Tutto è possibile,
    anche quando lottiamo, visto che dobbiamo lottare,
    per quanto ci sembri la libertà e la giustizia,
    o più di ognuna d'esse una fedele
    dedizione all'onore di essere vivo.
    Un giorno saprete fin troppo bene che l'umanità
    non tiene conto del numero di quelli che hanno pensato così,
    hanno amato il loro simile per ciò che aveva di unico,
    di insolito, di libero, di diverso
    e sono stati sacrificati, torturati, bastonati
    e consegnati ipocritamente alla giustizia secolare,
    perché li liquidasse «con somma pietà e senza spargimento di sangue».
    Per esser stati fedeli a un dio, a un pensiero,
    a una patria, una speranza, o anche solo
    alla fame incontestabile che gli rodeva le viscere,
    sono stati sventrati, scorticati, bruciati, asfissiati
    e i loro corpi accatastati così anonimamente come avevano vissuto,
    o le loro ceneri disperse perché di loro non restasse memoria.
    A volte a causa di una razza, altre
    a causa di una classe, hanno tutti espiato
    gli errori che non avevano commesso o non avevano coscienza
    di aver commesso. Ma è anche successo
    e succede che non furono uccisi.
    Ci sono sempre stati infiniti modi di prevalere,
    annichilendo docilmente, delicatamente,
    per impervi cammini quali si dice siano quelli di Dio.
    Queste fucilazioni, questo eroismo, questo orrore,
    è stata una fra le mille cose accadute in Spagna
    più di un secolo fa e che per violenza e ingiustizia
    offese il cuore di un pittore chiamato Goya,
    che aveva un cuore molto grande, pieno di furia
    e di amore. Ma questo non è niente, figli miei.
    Solo un episodio, un breve episodio,
    in questa catena di cui siete (o non sarete) un anello
    di ferro e di sudore e sangue e un seme
    lungo il mondo che sogno per voi.
    Dovete credere che nessun mondo, che nessun successo,
    vale più di una vita o dell'allegria di averla.
    È questo che più conta - questa allegria.
    Dovete credere che la dignità di cui tanto vi parleranno
    non è altro che questa allegria che viene
    dal sentirsi vivo e sapere che mai una volta
    uno sarà meno vivo o soffrirà o morirà
    perché uno solo di voi resista un po' di più
    alla morte che è di tutti e verrà.
    Sappiate tutto questo serenamente,
    senza dar colpa a nessuno, senza terrore, senza ambizione
    e soprattutto senza distacco o indifferenza,
    ardentemente spero. Tanto sangue,
    tanto dolore, tanta angoscia, un giorno
    - anche se il tedio di un mondo felice vi perseguita -
    non dovrà essere invano. Confesso che
    molte volte, pensando all'orrore di tanti secoli
    di oppressione e crudeltà, esito un momento
    e un'amarezza mi sommerge inconsolabile.
    Saranno invano o no? Ma, anche se lo fossero,
    chi può resuscitare questi milioni, chi restituire
    non solo la vita, ma tutto ciò che gli è stato tolto?
    Nessun Giudizio Universale, figli miei, può dare loro
    quell'istante che non hanno vissuto, quell'oggetto
    di cui non hanno goduto, quel gesto
    di amore, che avrebbero fatto «domani».
    E, per questo, quel mondo che possiamo creare
    ci tocca tenerlo con cura, come cosa
    che non è solo nostra, che ci è concessa
    per conservarla con rispetto
    in memoria del sangue che ci scorre nelle vene,
    della nostra carne che è stato altro, dell'amore che
    altri non amarono perché gli fu sottratto.
     (Jorge De Sena)
    October 27

    All'alba

    " Ha molte cose da fare il sole
     
    ed alcune di esse
     
    bisogna pure  dirlo, gli  fanno molta pena.
     
    Ad esempio,
     
    svegliare la leonessa del giardino botanico.
     
    Che lavoraccio.
     
    E com'è bello e disperato,
     
    e straziante,
     
    indimenticabile,
     
    quello sguardo quando scopre,
     
    come ogni mattina,
     
    al risveglio,
     
    le orrende sbarre dell'orrenda stupidità umana,
     
    le sbarre della gabbia scordate dal sonno".
     (J.Prevért)